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L’universo si è evoluto per ospitare la vita?

La proposta di una teoria evolutiva dell’universo, teorizzata dal fisico Lee Smolin, potrebbe spiegare perché esistiamo.

L’universo si è evoluto per ospitare la vita?

Quando ci soffermiamo a pensare a quanto complesso sia l’organismo umano, viene sempre da chiedersi come sia stato possibile che la vita si sia evoluta da una molecola di DNA a una struttura incredibile come l’essere umano, il cui solo cervello ospita tante cellule quante sono le galassie presenti nell’universo conosciuto. E quando ci soffermiamo a pensare a quanto improbabile sia l’emergere della vita – tanto improbabile che finora non conosciamo altri esempi, nel cosmo, di forme di vita come noi la conosciamo – viene spontaneo domandarsi se non esista un limite alla mera casualità. È quel che si domandano da decenni diversi scienziati e filosofi uniti nello sforzo di spiegare il fatto che l’universo sembra “fatto apposta” per ospitare la vita facendo a meno della scomoda “ipotesi Dio”, come la definiva Laplace. Insomma, è possibile conservare la fede scientifica nella pura casualità come motore del passaggio dal semplice al complesso, dal Big Bang alla vita umana, riuscendo al tempo stesso a spiegare perché siamo qui? Qualcuno ha provato a rispondere avanzando teorie che vanno dal lapalissianismo del cosiddetto principio antropico debole – il nostro universo è così perché se non fosse tale noi non saremmo qui a parlarne – al finalismo del principio antropico forte, secondo cui esiste un proposito cosmico che ha nella nascita della vita intelligente il suo fine ultimo. Diversi anni fa, il fisico teorico Lee Smolin ha provato a mediare queste due posizioni con la teoria della “selezione naturale cosmologia”, esposta nel best-seller La vita del cosmo e ora ripresa da due ricercatori dell’Università di Oxford in un articolo in uscita sulla rivista “Complexity”.

La vita del cosmo

Nel suo “La vita del cosmo” (qui nell’edizione originale edita nel 1997) Lee Smolin presenta per la prima volta la teoria della selezione naturale cosmologica.

L’idea è semplice: gli universi si evolvono alla stessa stregua degli organismi biologici; anche a livello cosmologico, dunque, si applica il principio della selezione naturale previso dalla teoria evoluzionistica. Immaginare l’universo come un organismo biologico è un po’ azzardato, riconosceva Smolin – oggi al Perimeter Institute di Waterloo, Canada – nel suo libro, pubblicato nel 1997. Ma è un’ipotesi in linea con teorie come quella famosissima di Gaia elaborata dal biochimico James Lovelock, secondo il quale la Terra va intesa come un organismo capace di autoregolarsi: non cosciente, certo, ma in qualche modo “vivo”. Sarebbe molto strano, riconosceva Smolin, se tra tutti gli universi possibili l’unico emerso dal Big Bang fosse stato proprio questo: un universo retto da circa 30 parametri casuali (i cui valori, cioè, non hanno spiegazione), così stringenti che la variazione di un solo valore decimale in uno di essi avrebbe impedito la nascita della vita. Ma diventa più facile accettare questa straordinaria fortuna cosmica se immaginiamo che di universi ce ne siano più di uno.

La teoria del multiverso è in effetti oggi di moda. Diverse ragioni portano fisici e cosmologi a concordare sul fatto che il nostro potrebbe essere solo uno di infiniti universi. Ma Smolin si spinge oltre e immagina che questi universi non siano slegati tra loro, ma strettamente connessi da rapporti di filiazione. Alla base della sua idea c’è il concetto di “singolarità”. La singolarità è un luogo previsto dalla relatività generale in cui tutte le leggi della fisica vengono meno. Questo luogo è esistito all’inizio dell’universo ed è noto come “singolarità cosmologica”: l’atomo primordiale esploso nel Big Bang. Esistono tuttavia ancora oggi nel nostro universo altre singolarità. Sono quelle al centro dei buchi neri: distorsioni estreme dello spazio-tempo prodotte dal collasso gravitazionale di stelle di massa enorme, diverse volte quella del nostro Sole.

Figli della singolarità

Le singolarità al centro dei buchi neri sono forse identiche a quella all’origine dell’universo. Smolin ipotizza quindi che ciascun buco nero costituisca l’inizio di un altro universo da qualche parte nell’infinito multiverso. La singolarità al suo centro darebbe vita a un nuovo Big Bang. Ma l’universo che emergerebbe da questa singolarità non sarebbe identico al nostro: differirebbe di qualche minimo valore nei parametri delle leggi fondamentali (qui famosi 30 parametri che rendono tale il nostro universo), esattamente come nostro figlio differisce da noi per una mera manciata di geni del nostro codice genetico. Ogni nuova generazione, negli esseri viventi, diverge dalla precedente per pochi geni, che variano in modo casuale. Allo stesso modo, ogni nuovo universo, pur nascendo da uno precedente, è diverso per pochi parametri fondamentali, che variano in modo casuale.

Il fisico Lee Smolin. Negli USA è appena uscito il suo ultimo libro, “Time Reborn. From the Crisis in Physics to the Future of the Universe”.

Ma su tutto si staglia il principio della selezione naturale. L’evoluzione fa sì che solo gli esseri viventi che hanno acquisito un vantaggio competitivo siano destinati a sopravvivere sul lungo periodo. Gli esseri umani più forti e più adatti a sopravvivere alle difficili condizioni di vita sul nostro pianeta sono quelli che hanno visto la loro prole sopravvivere e riprodursi a sua volta. Ciascuno di noi discende dagli esemplari più adatti vissuti sulla Terra, in grado di sopravvivere alla ferrea legge della selezione naturale. Così accade anche per gli universi. Il vantaggio evolutivo, per un universo, è dato dalla sua capacità di riprodursi. Tanto più un universo può produrre altri universi-figlio, tanto più questo tipo di universo si diffonderà nel multiverso. Avremo così una miriade di “universi-fenice”, che nascono e muoiono senza produrre né stelle, né galassie, perché i loro parametri di partenza non lo consentono. Alla fine del loro arco di vita, si contraggono e ritornano alla singolarità iniziale, dal quale emerge un altro universo. Ma in almeno uno di essi i parametri casuali permetteranno la nascita e l’evoluzione delle stelle. Una di esse finirà per contrarsi, al termine della sua vita, dando vita a un buco nero: un nuovo universo-figlio. Un universo dotato di miliardi di buchi neri è quindi, dal punto di vista della selezione naturale, l’universo dotato del miglior vantaggio evolutivo. La selezione naturale cosmologica, dunque, secondo Smolin, conduce inevitabilmente alla diffusione di universi dove possono nascere le stelle e dove queste possono poi produrre buchi neri a volontà.

Vite di scarto (dei buchi neri)

La singolarità al centro di un buco nero costituirebbe l’origine di un nuovo universo, diverso dal progenitore per i valori di alcuni parametri fondamentali.

La vita, allora, sarebbe un mero sottoprodotto della selezione naturale cosmologica. La vita non potrebbe esistere in un universo senza stelle e pianeti. Ma poiché esiste un vantaggio evolutivo nell’avere un universo i cui parametri abbiano valori tali da permettere la nascita delle stelle, gli universi come il nostro saranno nient’affatto rari, come finora ipotizzato, ma al contrario estremamente comuni. E consentiranno quindi, come conseguenza di minore importanza – dal loro punto di vista – la nascita e l’evoluzione di forme di vita come la nostra. Anche se la tesi di Smolin non ha riscosso il consenso di molti fisici e cosmolgi (per esempio, Stephen Hawking l’ha respinta a più riprese), è stata ora rianalizzata da due ricercatori di Oxford, un evoluzionista – Andy Gardner, del dipartimento di zoologia – e un fisico teorico, Joseph Conslon. A loro dire, l’ipotesi che l’universo abbia un fine, e cioè quello di massimizzare la produzione di buchi neri per “garantirsi la discendenza”, è congruente con la teoria di una selezione naturale cosmologica: l’equazione di Price, che spiega matematicamente il principio della selezione naturale darwiniana, si applicherebbe infatti anche al nostro universo, e ad infiniti altri. Resta tuttavia il problema di dimostrare la teoria dal punto di vista pratico: sfida questa ritenuta impossibile dai due studiosi, per la mancanza di altri esemplari di universi analizzabili alla luce della teoria delle selezione naturale cosmologica. Smolin ha comunque cercato di elaborare alcune predizioni dalla sua teoria, eventualmente verificabili sperimentalmente, come l’esistenza di un limite superiore nella massa delle stelle di neutroni (pari a non oltre due masse solari).

L’idea di un universo che si evolve alla stregua di un organismo biologico è apparsa a molti poco scientifica e molto “new age”. Ma nella visione di Smolin e dei fisici che l’hanno presa sul serio, si tratterebbe invece della migliore teoria scientifica possibile per risolvere il dilemma antropico senza tirare in ballo altre ipotesi che metterebbero in crisi la visione del mondo condivisa dagli scienziati, secondo cui la nostra esistenza non ha nessun impatto nella comprensione dell’universo. Se siamo qui, non lo dobbiamo né a un dio né a uno straordinario risultato del caso, ma ai buchi neri e alla loro capacità di produrre nuovi universi. Forse si tratta solo di una bella teoria senza alcuna valenza reale, ma immaginare che lassù tra le stelle vi siano i semi di nuovi universi rende il cosmo più vivo di quanto ci appaia.

http://scienze.fanpage.it/l-universo-si-e-evoluto-per-ospitare-la-vita/

ASTRONOMIA: La chiave di tutto ?

Dopo alcune riflessioni ho notato una sorta di linea di pensiero da parte di quelle persone che da anni mirano a non mostrare al mondo la verità e spesso chi cerca di nascondere qualcosa, se totalmente convinto di essere molto astuto nel farlo, rischia di lascia inconsapevolmente svariati indizi per far giungere chiunque ad essa.

Come si nota dal titolo, è possibile che l’Astronomia di per se sia la chiave di un grande mistero, che stando alle mie ricerche, è stato custodito da persone e popoli nel corso dei secoli ?

Ci sono almeno tre elementi se non quattro.

Il quarto è un elemento, che potremmo definire per molti versi, fantasioso ma un suo attento esame in un determinato ambito potrebbe rivelarsi una fonte illuminante di verità.

Passiamo in rassegna i primi tre punti:

1.civiltà sumera

2.vangelo apocrifo di Enoch

3.Divina Commedia

Da cosa sono legati questi tre elementi ? sono legati da alcuni elementi astronomici che certe persone hanno fatto in modo che non diventassero di pubblico dominio.

Partiamo dal primo, la civiltà sumera, che a rigor di logica si studia sin dalle scuole elementari. E come mai, a differenza di tutti gli altri popoli studiati, ai sumeri sono concesse due o tre pagine con pochissimi elementi quando gli elementi essenziali sarebbero di più ?

Cosa, tra i vari argomenti, non viene detto sui sumeri, (io l’ho verificato da varie fonti) quando si studiano a scuola ?

La questione astronomica. Il fatto che in un sigillo compaia il sistema solare come lo conosciamo noi oggi e ci si viene da chiedere come facessero loro a sapere certi dettagli e come mai certe cose non vengono rese note anche a un livello semplificato.

Copia (3) di 4

Il secondo elemento è il vangelo apocrifo di Enoch, reso tale in quanto quest’ultimo, narra di aver viaggiato nell’universo attraverso il nostro sistema solare e di aver individuato tra Marte e Giove una fascia di basi extraterrestri.

Tale fascia nota come “Costellazione dell’Aquila” sarebbe il luogo da cui proverrebbero gli dei creatori del genere umano e cosa curiosa nella tavola sumera, dove compare la struttura del sistema solare, il pianeta Nibiru dimora di questi esseri, secondo la religione sumera, compare guarda caso tra Marte e Giove.

Anche nel caso di Enoch qual è l’argomento chiave di tutto che ha reso tale apocrifo vangelo ? semplice l’Astronomia.

Il terzo elemento ossia la Divina Commedia si lega in modo perfetto ai primi due e per una serie incredibile di elementi:

1.la studiosa Chiara Dainelli autrice del libro “Il Codice Astronomico di Dante” mostra come il Sommo Poeta avesse nascosto nel suo libro una serie di codici Astronomici

2.il ricercatore Andy Lloyd, il quale ha portato avanti il lavoro del noto sumerologo Zecharia Sitchin, ha ipotizzato che il pianeta Nibiru ruoti attorno a una stella compagna del nostro sole insieme ad altri pianeti. E secondo Lloyd, il Sommo Poeta, ha nascosto negli ultimi canti del paradiso alcuni riferimenti a questa cosa

3.lo schema stesso dell’Universo Dantesco potrebbe, vedendolo sotto una certa ottica, mostrare un sistema binario con il sole e la sua compagna (nelle fonti ci sarà l’articolo con i dettagli di tale questione)

Questi sono indizi che si incastrano con gli altri già citati in quanto esistono grandi possibilità che Dante abbia realmente nascosto nella sua opera indizi sull’astronomia Sumera e se leggete il libro di Chiara Danielli oltre agli articoli che vi verranno citati nelle fonti capirete che le conoscenze astronomiche di Dante hanno origine dal popolo Sumero. Quindi una principale conclusione è:

Se le questioni astronomiche dei sumeri non vengono fatte studiare a scuola, anche a livello “spicciolo”, se le possibili scoperte di Enoch sono state rese apocrife e se Dante Alighieri è stato costretto, nella sua epoca non poteva fare altrimenti visto che la terra veniva vista al centro del sistema solare e non al terzo posto come oggi nella sequenza attuale dei pianeti, a nascondere conoscenze astronomiche il tutto ci porta in un’unica direzione ossia che le questione astronomica potrebbe essere, ad un alto livello, la chiave di tutto.

Il nostro quarto punto sta in “Angeli e Demoni” famoso romanzo di Dan Brown nel quale al vertice di tutto ci sono gli “Illuminati”, gruppo di persone dedite a combattere il potere della chiesa con quello della scienza. Nel romanzo uno degli elementi cardine è un terzo testo scritto da Galileo Galilei dopo “Dialogo” e i “Discorsi”.

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Questo terzo testo prende il nome di “Diagramma della Verità” in cui Galielo avrebbe riportato la vera verità. Riporto qui sotto il dialogo tra Robert Langon e Vittoria Vetra tratto dal film “Angeli e Demoni” in modo da darvi un idea:

copertina del presunto "Diagramma della verità" di Galileo Galilei

presunta copertina del presunto “Diagramma della verità” di Galileo Galilei

Vittoria Vetra: “io conosco Dialogo e i Discorsi. Galileo che enunciava le sue teorie sulla terra che gira intorno al sole”

Robert Langdon: “si esatto. Lui disse che la terra non era al centro dell’universo con il paradiso sopra e l’inferno sotto come da sempre sosteneva la chiesa”

Vittoria Vetra: “quindi lo costrinsero a ritrattare nel secondo libro – I Discorsi – ma questo terzo che cos’è ?”

Robert Langdon: “con questo divulgò la sua scoperta. Questa era la verità e non quanto il Vaticano gli fece scrivere”

E se veramente il Vaticano nascondesse tra i suoi documenti più riservati un opera di Galileo dal titolo “Diagramma della Verità” ? se la risposta fosse “si” avremmo un motivo in più per rafforzare la questione che vede l’Astronomica come elemento chiave.

Non a caso Langdon fa riferimento alla struttura che noi vediamo molto chiaramente nell’universo dantesco quando parla della terra con il paradiso sopra e l’inferno sotto.

Quindi in base a questo elemento, di cui scarto a priori la tesi che non esiste in quanto è vero che non ci sono prove della sua esistenza ma nemmeno prove atte a dimostrare il contrario, ma soprattutto in base agli altri tre elencati prima esiste una possibilità che l’astronomia ha giocato un ruolo importante nel corso dei secoli…

…un ruolo addirittura vitale per molti versi

Lombardi David – LUMOS

FONTI:

https://lombardimistero.wordpress.com/2013/12/01/dante-alighieri-e-leonardo-da-vinci-i-custodi-della-conoscenza-degli-annunaki/

https://lombardimistero.wordpress.com/2012/03/28/intervista-a-chiara-dainelli/

 

Come si muore in un buco nero

Come si muore in un buco nero.
in foto: Rappresentazione di un buco nero

D’accordo, non è che questa possibilità si presenti molto probabile. Nessuno di noi è stato invitato dalla Nasa ad una scampagnata verso il buco nero della galassia NGC 1365, né se ne incontrano quotidianamente andando a scuola o al lavoro. Eppure si tratta di un interrogativo che gli scienziati si sono posti più di una volta non solo in un esercizio fantasia, ma per capire le caratteristiche di una regione dello Spazio di cui non sappiamo molto. Ebbene, immaginiamo di “inciampare” in un buco nero…

 

Non sentiremo il “botto”, non ci sarà un pavimento o un corpo solido che raccoglierà la nostra caduta. Anzi, secondo le prime teorizzazioni, potremmo cadere e restare sospesi per ore, giorni, settimane senza che accada apparentemente nulla. Solo che, dopo l’angoscia, arriva anche un po’ di noia e magari potremmo soffermarci a guardarci o tastarci. Ebbene, noteremmo che la nostra testa si sta allungando e che lo stesso fenomeno riguarda tutto il corpo, ma in maniera sproporzionata. La gravità del buco nero tirerà le nostre gambe più della testa, dandoci un aspetto decisamente “stirato”. Non si tratterà di un effetto ottico, ma di forze che agiscono sul nostro corpo fino a spezzarne il fisico nei punti più deboli, come le giunture. A ciò, però, si aggiunge un fenomeno meno drammatico, ma alquanto angosciante. L’effetto stiramento, infatti, è causato anche dalla distorsione dello spazio. La parte che più si avvicina all’orizzonte degli eventi apparirà stretta e allungata, offrendoci una silhouette incredibilmente magra (si parla infatti di “spaghettificazione”). Se un amico o un sadico ci sta osservando dall’esterno, quasi non percepirà il nostro movimento. Vedrà la nostra graziosa forma allungata restare ferma per millenni. Lui, insomma, ci vedrà al rallentatore, mentre per noi la percezione del tempo non cambierà affatto. A proposito di tempo, dato che nel buco nero potremmo trascorrere coscientemente qualche giorno, meglio distrarci con il magnifico spettacolo che sarà sotto i nostri occhi. Il buco nero, come noto, fagocita anche la luce, che accompagnerà il nostro viaggio verso la morte contornandoci di colori. Magra consolazione. Molto magra, vista la nostra spaghettificazione.

“Non è così”, disse Joseph Polchinski nel marzo del 2012. L’ipotesi appena descritta è errata per Polchinski e i ricercatori che lo hanno affiancato. Niente viaggio tra i colori con annessa distorsione e squarciamento. Dunque attraverseremo una porta spazio-temporale che ci porterà in un’altra regione dell’universo, come pure si è teorizzato? Niente affatto, niente happy ending e cena serale con amichetti extraterrestri che ci daranno poi uno strappo verso casa. Per Polchinski i calcoli che hanno sostenuto la teoria della spaghettificazione sono errati: avvicinandoci all’orizzonte degli eventi incontreremo soltanto un muro di fuoco. Più ci si immerge, più ci si approssima ad un “vortice ribollente di particelle”. Un’ipotesi, quella proposta da Polchinski, che se confermata negherebbe il principio della relatività di Einstein. Noi, in ogni caso, ci teniamo lontano dai buchi neri…

[Le foto 1 e 2 sono tratte da Wikipedia]

FONTE:  http://scienze.fanpage.it/come-si-muore-in-un-buco-nero/

 

Cinque pianeti intorno a Tau Ceti

A 12 anni-luce, intorno a una stella simile al Sole, scoperto un sistema planetario che potrebbe ospitare un gemello della Terra.

Cinque pianeti intorno a Tau Ceti.

Gli appassionati di fantascienza possono brindare. La stella Tau Ceti, tra le più vicine a noi, appena 12 anni-luce, e la più simile al nostro Sole tra quelle presenti nel nostro vicinato, ospita un sistema planetario. Lo avevano immaginato tanti scrittori: da Isaac Asimov che lì aveva posizionato il pianeta Aurora, abitato dai primi coloni spaziali nemici giurati della madrepatria terrestre, a Dan Simmons che nel ciclo di Hyperion poneva sul pianeta Tau Centri Centro la capitale dell’umanità sparsa nella galassia, fino a Ursula Le Guin che ambientava lo scenario di una delle sue opere più celebri, I reietti dell’altro pianeta, su due pianeti gemelli di Tau Ceti, uno di stampo comunista e l’altro modellato sul consumismo sfrenato. I ricercatori hanno individuato cinque possibili pianeti tra cui, udite udite, uno nella zona abitabile dove l’acqua potrebbe trovarsi allo stato liquido. Con una massa appena quattro volte quella della Terra, sarebbe il pianeta più piccolo finora scoperto.

Isolare il rumore di fondo – Se vi trovaste nell’emisfero australe, potreste scorgerla ad occhio nudo, immaginando i mondi alieni che vi orbitano intorno. Tau Ceti è stata a lungo analizzata dagli astronomi per via della sua luminosità, data dalla vicinanza, senza finora trovare tracce di pianeti: ma le tecniche di rilevazione negli ultimi anni hanno fatto balzi da gigante. Rianalizzando circa seimila osservazioni di Tau Ceti compiute con tre diversi spettrografi, i ricercatori di un gruppo internazionale guidato dall’Università della California a Santa Cruz sono riusciti a isolare quel “rumore di fondo” gravitazionale che impedisce di capire se le perturbazioni che influenzano Tau Ceti siano o meno prodotte da pianeti che vi orbitano intorno. Alla fine sono emersi cinque segnali che sembrano davvero promettenti e potrebbero essere associati ad altrettanti pianeti tutti piuttosto piccoli, cioè non giganti gassosi come Giove, ma di masse 4-5 volte quella della Terra. La ricerca sarà presto pubblicata sul Journal of Astronomy & Astrophysics.

Un pianeta d’acqua – Questa nuova tecnica, che si avvale dei più potenti spettrografi astronomici – quello di La Silla, in Cile, dell’ESO, quello del Telescopio Anglo-Australiano e quello del telescopio Keck sulla cima di Mauna Kea nelle Hawaii – potrebbe permettere nel prossimo futuro di scoprire molti più pianeti, e soprattutto piccoli pianeti, di quanti finora individuati. “Questa scoperta è in accordo con la concezione sempre più affermata per cui ogni stella possiede pianeti e la galassia ospita moltissimi di questi pianeti simili alla Terra potenzialmente abitabili”, spiega Steve Vogt, uno dei membri del team. “Sono ovunque, anche dietro l’angolo”. Cautela sul pianeta presente nella zona abitabile: difficilmente si tratterebbe di un pianeta di tipo roccioso, potrebbe piuttosto essere un mondo composto esclusivamente di acqua liquida. E va ricordato che recenti osservazioni parlano di un’ingente presenza di comete e meteoriti nel sistema di Tau Ceti, che potrebbe compromettere l’evoluzione della vita complessa. Ma da oggi possiamo aggiungere Tau Ceti all’atlante dei pianeti extrasolari a noi più vicini.

Miliardi di pianeti come la Terra nella nostra galassia

Secondo l’ultima stima dei dati della sonda Kepler, i pianeti come il nostro potrebbero essere dai 4 ai 17 miliardi.

Miliardi di pianeti come la Terra nella nostra galassia.

Nonostante un problema a due delle sue quattro ruote di reazione che ne consentono l’operabilità, la sonda Kepler della NASA, impegnata dallo spazio a scrutare centinaia di migliaia di stelle nella Via Lattea per individuare tracce di pianeti extrasolari, continua a far parlare di sé grazie ai dati finora prodotti. Secondo un’analisi di un team di astronomi internazionali, molti pianeti simili alla Terra si troverebbero intorno alle nane rosse nel nostro vicinato. Uno di questi mondi potrebbe trovarsi addirittura molto vicino, ad appena 13 anni luce: abbastanza vicino da permettere ai futuri telescopi, che saranno operativi entro il 2020, di analizzare le loro atmosfere in cerca di tracce di una possibile biosfera come la nostra.

Nane rosse – Finora Kepler ha analizzato quasi 4000 nane rosse, stelle che sono più piccole e più fredde del nostro Sole, ma che costituiscono la norma nella Via Lattea. E ha individuato 95 candidati a esopianeti. Kepler non può osservare direttamente i pianeti extrasolari, ma solo individuarli attraverso tecniche indirette, come la riduzione periodica della luminosità di una stella dovuta al transito di un potenziale pianeta sulla propria linea di osservazione. Tecniche che favoriscono, ovviamente, i pianeti più grossi: giganti gassosi grandi più di Giove e ultimamente super-Terre, possibili pianeti rocciosi con masse diverse volte quella della Terra. Ma, anche se inferiori di numero, Kepler ha recentemente scoperto diversi potenziali pianeti di dimensioni simili al nostro e orbitanti all’interno della fascia di abitabilità intorno a una stella.

Pianeti vicini di casa – Secondo gli astronomi del Consorzio di ricerca delle stelle vicine, un gruppo internazionale guidato dalla Georgia State University, stimando sulla base dei dati finora raccolti che il 6% di nane rosse nella Via Lattea potrebbero ospitare pianeti simili alla Terra, e considerando che nel raggio di 30 anni luce dal nostro sistema solare ci sono 248 nane rosse, potremmo avere circa 15 gemelli della Terra nel nostro vicinato galattico. Statistiche alla mano, ci sono buone possibilità di avere almeno uno di essi in un raggio di 13 anni luce. Non ne sono stati ancora visti, ma questo non vuol dire che non ve ne siano. Solo pochi mesi fa, per esempio, è stato possibile individuare il pianeta più vicino alla Terra intorno ad Alpha Centauri, la vicina di casa del Sole.

Miliardi di pianeti come la Terra – Applicando queste stesse stime al totale di nane rosse all’interno della nostra galassia, arriviamo a un numero pari ad almeno 4,5 miliardi di pianeti di dimensioni e composizione simile alla Terra all’interno della fascia di abitabilità, cioè a una distanza dalla stella-madre tale da permettere all’acqua di mantenersi allo stato liquido in superficie. Ovviamente, non ci sono solo le nane rosse. Pur essendo le stelle più comuni, non sono le uniche a garantire condizioni di abitabilità ai pianeti che vi orbitano. Le stelle come il Sole, che sono nane gialle, garantiscono condizioni migliori di vivibilità (o almeno è quello che crediamo). E anche molti sistemi binari, estremamente comuni, potrebbero permettere di avere pianeti dove si può sviluppare la vita, in determinate condizioni. Questo ha portato di recente, in seguito all’ultimo elenco di pianeti candidati individuati da Kepler rilasciato dalla NASA, a stimare un totale di “almeno” 17 miliardi di pianeti come il nostro nella Via Lattea.

IL MISTERO DEL PIANETA NIBIRU: Tra Presente e Passato

Il pianeta Nibiru o Pianeta X è uno dei misteri più oscuri inerenti la civiltà Sumera e con il tempo è divenuto un mistero che si è andato a legare alla nascita della vita sulla terra.

Stando al poema epico Enuma Elish, un antico testo sumero che narra la genesi della vita sulla terra, la terra alle sue origini era il doppio di volume di come noi la conosciamo oggi ma priva di forme di vita le quali si sono andate a formare quando essa, chiamata Tiamat dai sumeri, si scontrò con Nibiru ricevendo la vita.

Tale scontro trasformò la parte frantumata nella fascia di Asteroidi.

Al di là di quanto riporta l’Enuma Elish in una tavola sumera si nota come i sumeri stessi riportino con un’incredibile precisione la struttura del sistema solare.

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la nota tavola sumera dove in alto verso sinistra si può ben notare il sistema solare descritto dai Sumeri

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ingrandimento con relativi dettagli del sistema solare presente nella tavola sumera. In alto si nota il sistema solare descritto dai Sumeri e in basso il sistema solare come lo conosciamo noi. la somiglianza è impressionante.

Gli studi effettuati da Zecharia Sitchin, noto sumerologo e traduttore della scrittura cuneiforme, hanno messo in evidenza la presenza di Nibiru nel nostro sistema solare.

Ovviamente non è tutto qui.

È vero che Sitchin ha svolto i primi studi su Nibiru ma i suoi studi si sono basati sulle tavole e sigilli sumeri ma dieci anni prima un console italiano che venne poi definito il Pioniere o Padre dell’Ufologia Italiana ossia il console Alberto Perego fece una scoperta simile.

Nel suo terzo libro, scritto nel 1963 ossia dieci anni prima del primo libro di Sitchin, dal titolo Progetto Perego: l’aviazione di altri pianeti opera tra noi egli fa un breve ma sostanzioso cenno ad un ipotetico pianeta X spiegando come l’evoluzione su un pianeta, come il nostro ad esempio sia avvenuta nello scontro tra i due e tale fatto viene ben narrato nel poema dell’Enuma Elish.

Riporto qui le parole di Perego:

“Vi possono essere Pianeti che hanno subito urti con meteoriti; oppure che sono passati troppo vicini a comete; oppure che hanno subito l’urto di propri satelliti (Lune) caduti sul pianeta stesso. Ogni pianeta pertanto ha una diversa maturazione (per cosi dire) e può trovarsi in un diverso stato di sviluppo (o di regresso) rispetto ad altri” – Alberto Perego

Quindi anche partendo da elementi diversi un’altra figura della ricerca aveva ipotizzato la nascita della vita sulla terra per opera di un altro pianeta e guarda caso non gli da un nome ma lo identifica con lo stesso nickname con cui la scienza lo identifica oggi:

Il Pianeta X

Tornando alle ricerche su Nibiru stesso e andando oltre Sitchin e Perego ci spostiamo molto più avanti, nel 2005, andando a prendere in esame le ricerche di un altro esperto di nome Andy Lloyd autore del libro Dark Star: The Planet X evidence (Stella Nera: l’evidenza del pianeta X)

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La teoria di Lloyd propone che una nana bruna, chiamata da lui Dark Star, è una sorta di stella compagna al nostro sole ed esiste negli angoli più remoti del sistema solare tra la fascia di Kuiper e la Nube di Oort. Egli ha stimato che è a circa 500 a 1.000 unità astronomiche di distanza (il nostro Sole è di 1 unità astronomica di distanza dalla Terra).

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il sistema solare visto dalle ricerche di Andy Lloyd con la Dark Star in fondo a destra

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in questo schema possiamo notare come, secondo Andy Lloyd, la Dark Star ruoti attorno al sole ed a sua volta Nibiru ruoti attorno alla Dark Star. inoltre notiamo che tutto questo sistema binario sia circondato dalla Nube di Oort

La stella oscura potrebbe avere enormi campi magnetici e gravitazionali, che interagiscono con il sole, e le recenti anomalie riscontrate nel sistema solare esterno, potrebbe essere la prova della sua presenza.
Inoltre, la nana bruna può avere messo in orbita dalle sue lune proprie, alcune delle quali potrebbero contenere vita.

Una di queste lune potrebbe essere il pianeta descritto da Zecharia Sitchin, ossia Nibiru il pianeta natale degli Annunaki.

In un sito inerente le ricerche di Andy Lloyd ci sono riferimenti al fatto che la Nane Brune non solo possono avere pianeti che gli orbitano attorno ma possono anche andare a creare dei sistemi binari come lo stesso Lloyd ha ipotizzato per il sistema solare.

Datosi il piccolo bagliore evidenziato attorno le Nane Brune rispetto alle stelle “regolari” fu possibile immaginare del materiale attorno ad esse e la presenza di quel materiale a sua volta indicherebbe la presenza di pianeti attorno alla Nana Bruna stessa.

È stato anche pensato che la massa del materiale orbitante sia pari al 10% della massa della Nana Bruna stessa e quindi sufficiente a sviluppare dei pianeti attorno ad essa.

Per quanto riguarda la struttura del sistema binario, nella quale Lloyd vede il nostro sistema, sono state individuate due Nane Brune la cui distanza è 240 volte la distanza terra-sole.

Tale distanza andrebbe a toccare un orbita sui 3500 anni simile a quella che Nibiru, in base alle ricerche di Sitchin, compie nello svolgere il suo giro intorno alla Terra.

Nibiru compie secondo tali ricerche un orbita di 3600 anni pari ad 1 Shar e quindi come potete vedere non solo le ricerche di Lloyd sono un ulteriore e incredibile sviluppo delle ricerche di Sitchin ma vi sono anche dei dati atti a dimostrarne la loro concretezza.

Quindi partendo da Sitchin, con il suo primo libro scritto nel 1976, arrivando ad Andy Lloyd, con il suo libro scritto nel 2005 notiamo quanti progressi sono stati fatti nella ricerca del famoso Pianeta X ma come ben si sa la verità è ancora molto lontana.

290120121277

Io insieme ad Andy Lloyd al convegno mondiale “Planet X-Nibiru-2012”

Lombardi David – LUMOS

 

FONTI:

Il Pianeta degli Dei – Z. Sitchin

L’altra genesi – Z. Sitchin

Rapporto Perego: l’aviazione di altri pianeti opera tra noi – A. Perego

Dark Star: The Planet X Evidence

http://www.darkstar1.co.uk/ds3it.htm

Individuato il Primo Pianeta NOMADE

A 100 anni luce da noi, non sembra orbitare intorno ad alcuna stella. Confermerebbe la teoria di miliardi di pianeti nomadi in giro per la galassia.

Individuato il primo pianeta nomade.

Stiamo forse leggendo le prime pagine di un nuovo capitolo dell’entusiasmante storia della ricerca di pianeti extrasolari. Un gruppo di astronomi francesi e canadesi, attraverso il Canada-France-Hawaii Telescope, sarebbero riusciti a individuare il primo pianeta nomade o “orfano”, un tipo di pianeta cioè che non risulterebbe orbitare intorno ad alcuna stella, diversamente da quanto fino a oggi comunemente creduto in ambito astrofisico. Si tratterebbe di un gigante gassoso con una massa dalle quattro alle sette volte maggiore di Giove, quindi verosimilmente una nana bruna (una “stella” mancata, cioè, in cui non si è innescato il processo di fusione nucleare per accenderla), ed è distante circa 100 anni luce dalla Terra. Attraverso i potenti strumenti del Very Large Telescope dell’ESO, in Cile, gli astronomi hanno perfezionato le osservazioni e si sono spinti ad annunciare l’importante scoperta appena pubblicata sulla rivista Astronomy & Astrophysics.

Scacciato da casa – Etichettato “CFBDSIR2149”, fa parte di una ‘corrente’ di stelle molto giovani nota come Associazione AB Doradus, la più vicina di questo tipo al nostro sistema solare. Le stelle di questo gruppo si sono formate più o meno nello stesso periodo e vagano insieme nello spazio, in un movimento di gruppo definito appunto ‘corrente’. Il pianeta nomade potrebbe essersi formato all’interno di questo gruppo finché le spinte gravitazionali delle altre stelle non l’avrebbero scacciato dal proprio sistema solare di origine. Una teoria alternativa vedrebbe invece CFBDSIR2149 come una delle tante altre stelle della corrente, ma priva dell’innesco della fusione nucleare, quindi una nana bruna, un enorme gigante gassoso. In tutti i casi, la conferma della scoperta irrobustirebbe le teorie per cui la nostra galassia pullulerebbe di simili pianeti nomadi, scacciati dai loro rispettivi sistemi di origine da “calci” gravitazionali e vaganti negli spazi interstellari. Questo tipo di corpi celesti sarebbe molto comune, forse numeroso quanto le stelle nella nostra galassia.

La chiave della “massa mancante”? – Ciò aprirebbe importanti scenari non solo nella logica della comprensione dei meccanismi di formazione ed evoluzione dei sistemi stellari, ma anche nell’ambito della comprensione della materia oscura. Una percentuale forse significativa di quella “massa mancante” che compone la nostra galassia e le altre potrebbe essere costituita da simili mondi nomadi, che non brillano di luce propria e quindi risultano appunto oscuri alle osservazioni telescopiche e spettroscopiche, ma che pur tuttavia sono dotati di massa, sufficiente a produrre un effetto osservabile a livello di forza gravitazionale. In realtà, per poter dar conto di tutta la materia oscura calcolata dai fisici, questi pianeti nomadi dovrebbero essere davvero parecchi, addirittura qualche migliaia per ogni stella della nostra galassia. Alcuni modelli proposti dagli astrofisici permettono l’esistenza di un numero tanto alto di mondi vaganti per gli spazi interstellari, la maggior parte dei quali potrebbe essersi formata addirittura prima delle prime galassie, nei primi milioni di anni successivi al Big Bang. Ma la comunità scientifica resta cauta su queste proposte.

L’abitabilità dei pianeti nomadi – La scoperta di simili pianeti, tuttavia, pur estremamente difficile in quanto i pianeti extrasolari danno prova della loro esistenza soprattutto grazie alle stelle intorno a cui orbitano (provocando oscillazioni gravitazionali nelle orbite o riduzione della luminosità nel transito davanti alla stella), sarebbe comunque importante anche per le teorie sulla possibile abitabilità di questi mondi. Secondo alcuni studi, un pianeta lontano da qualsiasi stella potrebbe comunque essere abitabile se una forte radioattività interna ne consentisse il riscaldamento al punto da permettere la presenza di acqua liquida in superficie. Lune e satelliti naturali di tipo roccioso orbitanti intorno a nane brune o giganti gassosi di tipo gioviano vaganti nell’universo potrebbero analogamente possedere, perlomeno sotto la superficie, oceani di acqua liquida prodotti dalla forza mareale, come forse avviene su Europa, la luna di Giove. E lì potrebbero ugualmente presentarsi le condizioni per la formazione di composti biologici elementari.

FONTE:  http://scienze.fanpage.it/individuato-il-primo-pianeta-nomade/

L’Europa punta su Europa: nel 2022 rotta verso la luna di Giove

L’Agenzia spaziale europea ha annunciato la prossima grande missione spaziale di esplorazione, che partirà tra dieci anni: obiettivo, svelare i segreti di Europa e delle altre lune di Giove

L’Europa punta su Europa: nel 2022 rotta verso la luna di Giove.

Dopo lo spettacolare atterraggio dell’orbiter Cassini sulla superficie di Titano, la più misteriosa delle lune di Saturno, nel 2004, che ne svelò l’incredibile idrologia, gli oceani e i fiumi di metano, l’atmosfera simile a quella della Terra primordiale, ora gli occhi degli scienziati sono tutti puntati sui satelliti di Giove. Sarà questa la destinazione finale di Juice, la nuova missione scelta dall’ESA – l’Agenzia spaziale europea – per portare avanti l’esplorazione del sistema solare. Partirà tra dieci anni, nel 2022, e dopo un lungo viaggio sfruttando gli “assist” gravitazionali degli altri pianeti interni del Sistema Solare, raggiungerà il gigante gassoso nel 2030.

La nuova missione di punta dell’ESA – Una missione data per certa da molti addetti ai lavori ancora prima dell’annuncio ufficiale, qualche giorno fa. Juice si contendeva i finanziamenti dell’ESA e dei paesi membri dell’Agenzia con altre due missioni, di natura più prettamente scientifica: Athena, un telescopio spaziale pensato per studiare l’astrofisica delle alte energie, e Lisa/Ngo, una costellazione di tre satelliti per lo studio delle onde gravitazionali. Ma l’ESA ha fatto la sua scelta, decidendo di puntare maggiormente sull’esplorazione, seguendo la NASA che analogamente in questi ultimi anni ha rilanciato in grande stile le missioni robotiche nel Sistema Solare: le ultime in ordine di tempo verso Saturno, Mercurio, Marte (vi atterrerà il nuovo rover Curiosity il prossimo agosto), senza contare le sonde in viaggio verso Giove e Plutone.

Le lune di Giove – Su Giove in particolare si concentra l’attenzione degli scienziati. Non tanto e non solo sui segreti del gigante gassoso e dei suoi straordinari fenomeni atmosferici e magnetici, che saranno oggetto di studio da parte di Juno, la missione della NASA che raggiungerà Giove nel 2016. Ma soprattutto alcuni dei suoi più grandi satelliti: Callisto, che tra tutti i corpi celesti del Sistema Solare è quello più martoriato di crateri; Ganimede, l’unica luna gioviana dotata di un proprio campo magnetico; ed Europa, la luna ghiacciata che potrebbe celare sotto la sua calotta un oceano di acqua e magari forme di vita primordiali. Juice avrà l’obiettivo di misurare lo spessore della calotta di ghiaccio di Europa, utile per stimare la possibilità di scoprire forme elementari di vita al di sotto, e dovrà inoltre identificare i migliori siti di atterraggio di un futuro rover che avrà il compito di perforare la calotta e fare finalmente luce sui misteri di Europa. Ci vorranno anni perché quest’ultimo obiettivo si traduca in realtà, ma l’ESA ci crede.

I costi di Juice – Nel 2004 l’Agenzia spaziale europea lanciò il bando che invitava la comunità scientifica a proporre obiettivi per una missione di classe L (large), le “grandi” missioni di bandiera dell’ESA. Dopo un lungo iter, i 19 paesi membri del consiglio scientifico dell’Agenzia – tra cui l’Italia – hanno fatto cadere la loro scelta su Juice, acronimo di “JUpiter ICy moons Explorer”, nome che non nasconde l’obiettivo principale, che è quello di studiare le lune ghiacciate di Giove per scoprire se possa esservi vita o se vi fosse stata in passato. Il costo complessivo della missione sarà di 800 milioni di euro per la parte di competenza dell’ESA, ossia realizzazione della sonda, lancio e spese operative, mentre le rispettive agenzie nazionali finanzieranno i singoli strumenti scientifici che saranno installati sulla sonda.

Il contributo italiano – L’ASI – l’Agenzia spaziale italiana – sarà in prima fila, come sempre, per garantire che l’Italia metta in campo tutto il suo know-how tecnologico a favore del buon esito della missione. Le varie aziende aerospaziali del nostro paese, insieme ai laboratori di ricerca delle principali università, competeranno con i loro partner degli altri Stati membri dell’ESA in una prossima call per individuare la strumentazione scientifica da ospitare a bordo di Juice. Un’occasione importante per finanziare la ricerca scientifica e tecnologica e realizzare nuove tecnologie d’avanguardia, creando nuovi posti di lavoro ad alta professionalizzazione, incoraggiando l’innovazione, promuovendo l’eccellenza.

FONTE   http://scienze.fanpage.it/l-europa-punta-su-europa-nel-2022-rotta-verso-la-luna-di-giove/

L’universo turbolento, tra tempeste di gas e collisioni cosmiche

Violentissimi venti strappano via la massa delle giganti rosse, mentre intorno alla stella Fomalhaut ogni giorno di scontrano migliaia di comete.

L’universo turbolento, tra tempeste di gas e collisioni cosmiche.

Chi ha detto che l’universo sia un posto tranquillo? Apparentemente, ha tutte le caratteristiche per esserlo: non c’è aria, e quindi niente uragani e cicloni; la temperatura è costante, vicina allo zero assoluto, perlomeno nel vuoto siderale; ed è sufficientemente grande da rendere improbabili collisioni tra corpi celesti. Ma è davvero così? Niente affatto. Tempeste solari, supernove, buchi neri e campi di asteroidi ci metterebbero in seria difficoltà, e ora gli astronomi hanno scoperto fenomeni ancora più sorprendenti, e ugualmente violenti.

Il vento solare delle giganti rosse

Le tempeste solari delle giganti rosse possono strappare via metà della massa di queste stelle in appena 10.000 anni

È il caso di alcune giganti rosse osservate dallo European Space Observatory, stelle molto più grandi – ma anche più fredde e vecchie del Sole – che sembrano produrre spaventose tempeste: i flussi di gas che producono hanno un’intensità cento milioni di volte superiore al vento solare e sono in grado di strappare via una buona metà della massa della stella nell’arco di appena 10.000 anni. Di cosa è fatto questo vento violentissimo? Finora gli astrofisici hanno sempre supposto che sostanzialmente le tempeste solari delle giganti rosse fossero costituite da silicati, piccole particelle di polvere prodotta negli strati superficiali delle stelle. Ma alcune simulazioni hanno dimostrato che le temperature a cui dovrebbero essere sottoposte queste particelle sono talmente alte da vaporizzarle prima ancora di essere scagliate nello spazio.

La soluzione arriva da uno studio pubblicato su Nature, che prevede che i grani di silicati delle giganti rosse siano molto più grandi del previsto, fino alla dimensione di un micrometro (in realtà appena un millesimo di millimetro), sufficiente a resistere alle elevatissime temperature della stella. Infatti, piuttosto che assorbire la radiazione luminosa, queste particelle possono rifletterla, evitando di surriscaldarsi. Ciò permette loro di subire un’accelerazione fino a 10 chilometri al secondo. Per scoprirlo, i ricercatori hanno utilizzato il Very Large Telescope dell’ESO, analizzando il modo in cui la luce provenienti dalla stella viene riflessa dalle particelle di silicati, e ricostruendo così la loro dimensione. Uno studio non irrilevante: anche il nostro Sole, quando diventerà una gigante rossa, sarà sottoposto allo stesso fenomeno, che ne strapperà via buona parte della massa, martoriando i pianeti del nostro sistema solare con le sue violentissime tempeste. Per fortuna ciò avverrà non prima di 3-4 miliardi di anni.

Scontri al largo di Fomalhaut

Ma ancora più spaventoso è lo scenario che circonda un’altra stella, questa volta assai più giovane del Sole, al punto da essere ancora in formazione. È Fomalhaut, distante 25 anni luce dalla Terra, nota agli astronomi perché circondata da un disco di polveri dal quale dovrebbero in futuro emergere i pianeti che andranno a formare il suo sistema stellare. Noto fin dagli anni ’80, l’anello di Fomalhaut – largo circa 16 volte la distanza tra Terra e Sole e spesso un settimo della sua larghezza – è stato ora osservato in dettaglio dal telescopio spaziale europeo Herschel, analizzandone la composizione. L’anello sarebbe il prodotto di scontri continui tra comete, al ritmo di migliaia ogni giorno. Una catastrofe cosmica che continua da millenni e che libera ogni giorno centinaia di volte più energia di quella che sarebbe prodotta dall’esplosione contestuale di tutto il nostro arsenale atomico – ogni giorno!

Ma cosa tiene insieme questo enorme deposito di polvere stellare? Secondo alcuni astronomi, la tenuta dell’anello sarebbe garantita dalla presenza di almeno due pianeti delle dimensioni simili a quelle della Terra, ai lati opposti, tali da esercitare un’influenza gravitazionale su tutta l’orbita dell’anello. In precedenza, nel 2008, Hubble aveva fornito quella che per molti astronomi doveva essere la prova dell’esistenza di un pianeta interno, che osservazioni successive non sono però riuscite a individuare nuovamente. L’ipotesi è quindi stata messa in discussione, e si attendono nuove osservazioni. D’altra parte, si potrebbe fare anche a meno della presenza di pianeti interni ammettendo un elevatissimo tasso di collisioni tra comete: secondo le stime, l’equivalente di due comete del diametro di 10 chilometri oppure di 2000 comete del diametro di un chilometro. Questo vorrebbe dire che la cintura di Fomalhaut sarebbe un analogo della nostra fascia di Kuiper, l’area all’estremo confine del sistema solare dove si ritiene vaghino milioni di comete, che ogni tanto vengono attratte dalla gravità del Sole e compaiono anche nei nostri cieli. Se così fosse, intorno a Fomalhaut dovrebbero trovarsi tra 260 e 83.000 miliardi di comete, a seconda delle dimensioni. Un’enormità, tale da giustificare i continui scontri all’interno del disco di polveri, e da rendere lo spazio intorno a questa stella nostra vicina una delle zone più turbolente dell’universo conosciuto.

FONTE   http://scienze.fanpage.it/l-universo-turbolento-tra-tempeste-di-gas-e-collisioni-cosmiche/

Sei miliardi di anni fa l’universo iniziò ad accelerare

Per la prima volta ricostruito il processo di espansione dell’universo nel remoto passato, dimostrando che già 6 miliardi di anni fa era in azione la misteriosa energia oscura responabile dell’accelerazione del cosmo.

Sei miliardi di anni fa l'universo iniziò ad accelerare.

Che l’universo sia in piena accelerazione, è un dato che abbiamo ormai imparato a dare per scontato da quando, nel 1996, venne per la prima volta resa nota la straordinaria scoperta, che è valsa il premio Nobel per la fisica – lo scorso anno – agli scienziati Saul Perlmutter, Brian Schmidt e Adam Riess. Ora arriva una prima “fotografia” dell’epoca in cui l’universo iniziò per la prima volta ad accelerare, spinto da una ancora misteriosa energia oscura. Un risultato importante reso noto lo scorso 3 aprile al Meeting nazionale della Royal Astronomical Society, la prestigiosa istituzione britannica che ha pubblicato i primi risultati di BOSS (Baryon Oscillation Spectroscopic Survey).

Lo spostamento verso il rosso dello spettro

Per osservare l’universo di miliardi di anni fa, BOSS impiega uno spettrografo di ultima generazione presso l’osservatorio di Apache Point, nel New Mexico. In pochi anni è stato possibile analizzare lo spettro di ben 250mila galassie, alcune lontane da noi miliardi di anni-luce, e quindi fotografate quando l’universo era molto più giovane. Uno spettrografo ha il compito di scindere la luce di queste galassie nel loro spettro – ciò che avviene facendo passare la luce attraverso un prisma e scomponendola nei diversi colori che la compongono – e verificare il suo spostamento verso il rosso. Quanto più tali spettri tendono verso il rosso, tanto più, in base all’effetto Doppler, le galassie in oggetto si stanno allontanando da noi.

“Abbiamo realizzato misurazioni di precisione della struttura a larga scala dell’universo tra i cinque e i sette miliardi di anni fa, la migliore misurazione finora realizzata in queste dimensioni di ciò che c’è al di fuori della Via Lattea”, sostiene con orgoglio David Schlegel del Lawrence Berkeley National Laboratory. “Ci stiamo spingendo fino al momento in cui l’energia oscura si accese nell’universo”. Ora si tratta di scoprire cosa provochi quest’accelerazione, ossia di cosa sia ‘fatta’ l’energia oscura.

La traccia dei barioni

BOSS utilizza una tecnica particolare, che studia le oscillazioni acustiche barioniche per determinare le distanze tra le galassie più lontane. Nell’universo primordiale, infatti, materia ed energia erano un tutt’uno, fino a un momento in cui si scissero in seguito a un’oscillazione che diede vita alla materia barionica, fatta cioè dei barioni, la famiglia di particelle di cui anche noi siamo composti. Ciò avvenne quando l’universo, inizialmente troppo caldo, si raffreddò in misura sufficiente da permettere lo sviluppo separato dei primi atomi di idrogeno e, allo stesso tempo, dei fotoni, i quanti che trasportano l’energia elettromagnetica. Allora l’universo divenne visibile perché, d’improvviso, apparve la luce. Le tracce di questa oscillazione sono impresse nella radiazione cosmica di fondo, l’eco del Big Bang, che è una radiazione a microonde presente “sullo sfondo” dell’universo e ne rivela la struttura appena 300.000 anni dopo la sua nascita. Studiando queste oscillazioni su questa sorta di immagine primordiale, possiamo stabilire le diverse epoche in cui il fenomeno è avvenuto in diverse parti del cosmo e stimare dunque la distanza tra le galassie più antiche.

Ora, confrontando le tracce delle oscillazioni barioniche “impresse” sul fondo a microonde con le galassie di cui sono espressione, alcuni miliardi di anni dopo, è possibile verificare la loro evoluzione da un periodo di circa 13 miliardi di anni a, poniamo, 8 miliardi di anni fa. Cosa è successo in quell’arco di tempo di cinque miliardi di anni che separa le tracce del fondo a microonde con la galassia di cui analizziamo lo spettro? È successo che l’espansione dell’universo, iniziata con il Big Bang, ha subito un’accelerazione: la galassia si trova più distante rispetto alla posizione prevista se l’espansione fosse proseguita sempre alla stessa velocità.

Ipotesi sull’energia oscura

L’energia oscura ha quindi cominciato ad agire non meno di sei miliardi di anni fa, ma resta il fatto che gli scienziati continuino a ignorare la sua identità. Si tratta di una forma di energia diversa da quelle conosciute, che agisce in maniera opposta alla gravità, o piuttosto è l’effetto di una diversa azione della gravità su larga scala, che potremmo comprendere solo con una nuova teoria della gravità, che corregga quelle di Newton ed Einstein? Oggi gli scienziati parlano genericamente di una “costante cosmologica” per definire l’energia oscura. È un termine coniato per la prima volta dallo stesso Einstein, che sull’accelerazione dell’universo non ne sapeva niente. È considerata la soluzione più semplice, perché prevede che quest’energia provenga letteralmente dal vuoto che “riempie” gli abissi cosmici. Ma non è detto che questa sia l’ipotesi più giusta.

“Sulla base delle limitate osservazioni dell’energia oscura da noi compiute finora, la costante cosmologica può essere la spiegazione più semplice, ma in verità la costante cosmologica non è stata testata. Si concilia con i dati, ma in realtà abbiamo davvero pochi dati. Abbiamo appena iniziato a esplorare le epoche in cui l’energia oscura si accese. Se ci sono sorprese da quelle parti, ci aspettiamo di trovarle”, assicura Schlegel. Sorprese che potrebbero ancora una volta sconvolgere la nostra concezione dell’universo in cui viviamo.

FONTE   http://scienze.fanpage.it/sei-miliardi-di-anni-fa-l-universo-inizio-ad-accelerare/