Intervista a Chiara Dainelli

INTERVISTA A CHIARA DAINELLI AUTRICE DEL LIBRO:

“IL CODICE ASTRONIMICO DI DANTE – il sapere proibito della Divina Commedia”

D.L.  Come è nata questa tua ricerca su Dante Alighieri ?

C.D. In primo luogo permettimi di ringraziare la Eremon Edizioni, che ha creduto e voluto pubblicare questo mio studio; Salvatore Spoto, che con la sua prefazione ha dato un arricchimento senza dubbio moto forte e prezioso al mio libro; e il curatore della collana “Quinta Essentia”, di cui fa parte il mio saggio, Massimo Bonasorte.

Questo mio studio su Dante è nato ai tempi dell’Università, ma la mia passione per il Sommo Poeta nasce fin da piccola: sono cresciuta in un ambiente nel quale si è sempre coltivato un profondo rispetto e amore per la cultura italiana e l’immagine dell’Alighieri mi è sempre stata portata ad esempio per la sua grandezza e la sua importanza! Crescendo la curiosità per gli scritti e le opere del Padre della Letteratura italiana si è sempre più rafforzata, spingendomi poi, grazie agli studi universitari, come accennavo sopra, ad analizzare tutti i 100 canti della “Comedìa”. Una vera e propria rivelazione canto dopo canto, verso dopo verso! Fino all’intuizione, come amo definirla, della conoscenza da parte di Dante, della Precessione Equinoziale, che ho avuto leggendo i versi 22-27 del I canto del Purgatorio, dai quali è nato questo mio studio, che mi ha portata alla consapevolezza che all’interno della “Divina Commedia”, ci fosse un’assoluta conoscenza di nozioni a livello astronomico, che per l’epoca medievale risulterebbero a dir poco impossibili!

D.L. Nel tuo libro oltre a mostrare come Dante possedeva svariate conoscenze sui moti della Terra,  sulla precessione equinoziale e su tante altre cose inerenti, mostri come queste conoscenze emergano andando dall’Inferno fino al Paradiso. Dante ha disposto le sue conoscenze con uno schema preciso ?

C.D. L’Astronomia è una scienza molto presente all’interno della “Divina Commedia”: i passi a carattere astronomico, attraverso le tre Cantiche, si susseguono con un preciso ordine. L’Alighieri lascia un percorso, ben scritto e segnato, in alcuni punti ancora da decifrare, ma visibile, che ci indica la via per arrivare a comprendere non un labirinto di nozioni medievali, ma un tragitto ben delineato di conoscenze matematico-astronomiche. In tal modo, nel corso della mia ricerca, ho scoperto i rapporti logici tra la Terra e la Luna e il Sole nella Cantica dell’Inferno, tra la Terra e le costellazioni nel Purgatorio, fino a giungere al Paradiso, nel quale vengono presi in considerazione i pianeti del Sistema Solare e le loro influenze sullo scibile umano, prendendo l’assetto aristotelico-tolemaico esclusivamente come un tramite per meglio ordinare le varie discipline e dottrine.

D.L. Il sottotitolo del tuo libro è “il sapere proibito della Divina Commedia”. Pensi che Dante in qualche modo abbia fatto parte di una qualche società o organizzazione che mirasse a preservare un segreto ? Un segreto che la Chiesa non volesse fare emergere ?

C.D. Si ritiene che Dante facesse parte dei “Fedeli d’Amore” e la letteratura riguardo a tale argomento è molto vasta e riccamente esaustiva! E’ naturale che le conoscenze astronomiche (e non solo) dell’Alighieri dovessero in un qualche modo essere “tutelate” dal Poeta stesso, in un periodo nel quale la Chiesa mirava a tessere il suo potere, non solo spirituale, ma anche temporale, su gran parte della nascente Europa. Al popolo bastava “leggere” i dipinti e le sculture che ornavano le chiese e le cattedrali per avere quel che bastava a calmare gli animi sulla storia del mondo e la futura risurrezione dopo la morte! Ma è anche comunque curioso che l’Opera Massima dell’Alighieri venisse letta durante le funzioni religiose!

In un qualche modo la Chiesa, nei secoli dell’Età Medievale e Moderna ha sempre cercato di preservare e tenere proprie determinate verità: basti pensare al processo intentato verso Galileo Galilei, colpevole di aver affermato che fosse la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa. La sua frase celebre “Eppur si muove”, all’uscita del tribunale, è indice che ancora nell’era moderna, in piena Controriforma, la Chiesa di Roma tenesse ben custidite nozioni scientifiche. Se così si comportava nel XVII sec., immagino largamente, che nel 1300 le “briglie” della scienza fossero tenute saldamente da una Chiesa che doveva, visto il periodo storico, rinnovarsi di fronte all’intera comunità cristiana!

D.L. Da quali fonti Dante ha estrapolato le sue conoscenze ?

C.D. Tolomeo d’Alessandria è il tramite che ha permesso all’Alighieri di conoscere la precessione equinoziale e le altre grandi nozioni astronomiche che indico nel mio libro. Tolomeo scrisse nel II sec. d.C. un “Trattato di Astronomia” o “Sintassi Matematica”, meglio conosciuto come “Almagesto”. All’interno di tale monumentale opera non viene solamente spiegata la famosa teoria geogentrica, sulla quale si basò tutto il Medioevo, ma sono raccolte tutte le scoperte dei grandi matematici  e astronomi precedenti a Tolomeo, tra cui Ipparco di Nicea, vissuto nel II sec. a.C., che, nella nostra cultura greco-romana, fu lo scopritore della precessione equinoziale. L’ “Almagesto” contiene tutte le scoperte di Ipparco di Nicea che si ritrovano perfettamente compenetrate nei versi astronomici della “Divina Commedia”.

Subito dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la cultura greco alessandrina cadde nell’oblio! Paradossalmente fu a causa dello scontro-incontro tra la cultura islamica orientale e la cristiana occidentale (avvenuto prima con le invasioni musulmane fermate da Carlo Martello a Poitiers, e successivamente con le crociate), che ritornarono sulla scena intellettuale europea, grandi filosofi e matematici, quali Aristotele e appunto Tolomeo.

Nella prima metà del XII sec., fra i traduttori di opere scientifiche, si fa notare Gherardo da Cremona, che sotto richiesta di Federico Barbarossa, diventa traduttore e divulgatore dell’ “Almagesto” di Tolomeo.

Un uomo di grande ingegno, quale fu l’Alighieri non poteva non aver letto, o se non altro non venire a conoscenza dell’opera del grande alessandrino; e infatti Gherardo da Cremona viene citato dal Sommo Poeta nel “Convivio”, precisamente nel II capitolo, paragrafo XIV!

Ecco il filo conduttore che lega Dante Alighieri, Tolomeo d’Alessandria e Ipparco di Nicea, ad una distanza temporale, tra il primo e l’ultimo, di quindici secoli!

D.L. Pensi che Dante sapesse di più di quello che fino ad ora è emerso grazie al tuo lavoro e a quello di altri validi esperti ?

C.D. Indubbiamente il Sommo Poeta, nonostante siano settecento anni che lo studiamo e lo approfondiamo ha, secondo me, ancora molte sorprese in serbo per noi. D’altronde le cosiddette “cruces” dantesche sono ancora molte e le ipotesi interpretative, risultano senza dubbio suggestive.

D.L. Ritieni possibile, visto che il cammino di Dante procede da un posto buio come l’Inferno fino a un posto lucente come il Paradiso, che l’intera Divina Commedia sia un cammino verso la luce intesa come fonte di conoscenza ?

C.D. Il viaggio ultraterreno del Pellegrino Dante è completamente rivolto verso la direzione della conoscenza, e la prova ce la fornisce direttamente l’Alighieri nei versi 110-136 del XXXIII° canto del Paradiso. In tale passo il Sommo Poeta si ritrova a contemplare i misteri della Trinità e dell’Incarnazione, ma prima di esporre, in forma figurata, la sua percezione dei massimi misteri, il Poeta previene l’obiezione che chiunque potrebbe muovergli, riguardo al modo da lui adottato nel rappresentare la Divinità, attraverso figure che si succedono implicandosi progressivamente; inoltre avverte che quel che rimane non propriamente rigoroso dal punto di vista teologico, nel suo procedimento, è un difetto riguardante i limiti della virtù intellettiva del contemplante e alle possibilità concesse all’espressione poetica e non all’oggetto in sé. In pratica la visione intellettuale dell’uomo non può afferrare l’essenza divina nella sua unità, ma può penetrare in essa lentamente distinguendovi successivamente diversi aspetti.

In un lasso di tempo brevissimo a Dante appaiono tre sfere, di tre colori, e di una medesima dimensione: sono le tre persone della Trinità, uguali tra loro e distinte negli attributi. Uno dei tre giri pare riflettersi in un altro, e il terzo, simile al fuoco, spirare in ugual misura da entrambi i primi due. Il primo cerchio riflettente è il Padre, quello riflesso è il Figlio, generato dal Padre, il terzo, fuoco d’amore, è lo Spirito Santo, che procede ugualmente dal Padre al Verbo. Dante dopo avere osservato attentamente, vede dipinto dentro il secondo cerchio l’immagine umana: ecco la figura dell’ineffabile mistero dell’Incarnazione, nella quale il Verbo divino divenne vero Uomo, pur rimanendo al tempo stesso vero Dio.

Ma Dante va oltre: se questi versi esprimono i massimi assunti teologici, concentrano le maggiori argomentazioni matematiche. Dal verso 133 al 136 del medesimo canto, il Poeta si ritrova nella stessa condizione di un geometra, che si applica, concentrando tutte le sue facoltà mentali, all’insolubile problema della quadratura del cerchio, e non può trovare il principio, di cui avrebbe bisogno per risolverlo, vale a dire, l’esatto rapporto tra il diametro e la circonferenza. Così si pone Dante di fronte a quella straordinaria visione che comprende insieme l’effige umana adattata nella forma del cerchio nella quale si compenetra.

D.L. Dalle tue ricerche emerge incredibilmente che Dante conosce i gradi del campo magnetico terrestre, inclinato di 11° rispetto all’asse terrestre e ne parla per la precisione al 111° verso del XXXIV° canto dell’Inferno. Le conoscenze di Dante arrivavano fino a così alti livelli ? Conosceva veramente dettagli così precisi ?

C.D. Tale verso è anticipato dai versi 73-75 del XXXII° canto sempre dell’Inferno, nei quali Dante, incredibilmente parla della legge di gravità; come però sappiamo le leggi sulla gravitazione universale furono  estese dal genio inglese Isaac Newton (1643-1727), il quale aveva perfezionato i principi della meccanica stabiliti da Galileo. Qui viaggiamo quattro, cinque secoli dopo la stesura della “Comedìa”, eppure da tali versi  sembra che il Poeta sia anche un illuminato su tale forza fisica universale, inglobata qui, esclusivamente in ambito terrestre.

Per quanto riguarda invece il campo magnetico terrestre, il cui riferimento si scopre dalle labbra di Virgilio, precisamente al 111° verso del XXXIV° canto, possiamo esporre tale fenomeno fisico: il campo magnetico è più intenso ai poli e più debole nelle regioni equatoriali. Se fosse semplicemente simile a quello di un dipolo, situato al centro della Terra, le linee di forza avrebbero un andamento simile a quello dei paralleli, ma il campo è appunto inclinato di 11°, rispetto all’asse terrestre. I poli geomagnetici sono analogamente inclinati e sono soggetti a lente variazioni, con inversione periodica della polarità che automaticamente si trasmette al nucleo, proprio nel centro della Terra. Se Dante era in grado di calcolare la precessione equinoziale, ben sapendo che l’asse terrestre, punta in direzione della Stella Polare, è molto facile che conoscesse e comprendesse leggi fisiche proprie del nostro pianeta: a maggior ragione, visto che nel Paradiso il Poeta stesso parla esplicitamente della bussola, che come è risaputo indica il Polo Nord magnetico.

Il mio studio mi ha portata a stupirmi ancora di più sulle conoscenze del Sommo Poeta, quando affrontando la tematica del Sufismo, che tratto nella seconda parte del mio libro, mi sono resa conto che nel Triangolo dell’Angrogino (caratteristica portante della tematica sufi), viene posta sul vertice superiore del triangolo, e sulla base di esso, perfettamente in centro, la prima lettera dell’alfabeto arabo: “alif”. L’ “alif” esprime già di per sé le idee di “principio” e di “unità”, ma anche di “Polarità”, in quanto il valore delle lettere che compongono il nome “alif”, è 111, cioè il numero del “polo”. Ecco perché Dante affronta l’argomento del polo magnetico terrestre precisamente nel 111° verso!

D.L. Potresti accennarci in linee generali al rapporto che Dante aveva con l’esoterismo inserendo nel contesto la figura di Renè Guènon ?

C.D. Per quanto riguarda il legame tra Rénè Guènon e Dante dobbiamo andarlo a ricercare in un breve saggio, uscito nel 1925, dello stesso Guènon. “L’Esoterismo di Dante”, di cui mi occupo brevemente nella parte conclusiva del mio libro, ha come fine di presentare la “Divina Commedia” ad un livello di lettura “mistico”, che non si sofferma sul piano della parola scritta, ma che predispone ad una più alta forma di pensiero. Lo studio di Guènon indica in modo esplicito, che nella “Comedìa” appare “un senso nascosto, propriamente dottrinale, di cui il senso esteriore ed apparente, è solamente un velo”, e che tale intima essenza “deve essere ricercata da coloro i quali sono capaci di penetrarla”.

Qui siamo si fronte ad una lettura metafisica dell’intera opera dell’Alighieri!

D.L.  Secondo Andy Lloyd ricercatore esperto del famoso Nibiru o Pianeta X descritto nei testi sumeri vi sono elementi, secondo i quali, non solo che il presunto pianeta orbiti attorno ad una Nana Bruna, costituendo quindi un sistema binario nel nostro Sistema Solare, ma sostiene anche che Dante abbia identificato questo sistema binario nei versi 100-105 del canto XXX del Paradiso. Cosa ne pensi ?

C.D.  Durante la mia ricerca presi in considerazione i versi secondo i quali Andy Lloyd vi legge una possibile riferimento a Nibiru, ma  decisi di non inserirli nel mio libro in quanto sono alquanto controversi. Il mio modesto parere interpreta quel passo del Paradiso come un riferimento a Thuban, sistema doppio, presente nella costellazione del Drago. Thuban è una gigante rossa e la sua “compagna” potrebbe essere una nana rossa.

Mi riferisco a tale stella a maggiore conferma che l’Alighieri conoscesse la precessione equinoziale in quanto, tra il 3942 a.C. e il 1793 a.C., l’asse terrestre puntava proprio verso tale astro. Inoltre al verso 105 del canto in questione Dante afferma che: “sarebbe al sol troppo larga cintura”. Thuban, come accennato sopra è una gigante rossa, cioè una stella che ha concluso la fusione dell’idrogeno e ha cominciato quella dell’elio, ed è ciò che avverrà per il nostro Sole tra circa 7 miliardi di anni.

D.L.: Sapendo che hai letto e trovato molto interessante il mio articolo dal titolo “I Tre Custodi della Stirpe Reale” puoi esporre ai nostri lettori un punto di vista sulla questione: in breve ritieni possibile un legame tra il pittore Leonardo da Vinci e lo scrittore Dante Alighieri ? e ritieni possibile che i due fossero a conoscenza del medesimo segreto ?

C.D. Ho letto l’articolo e l’ho trovato ricco di spunti e ragionamenti molto interessanti: una sorta di “filo d’Arianna” che si srotola lungo i secoli, ma il cui bandolo della matassa è molto complicato da trovare! Devo però affermare che non sono un’esperta sull’argomento e di conseguenza non vorrei sbilanciarmi su ipotesi e concetti che non posso approfondire e sui quali non sono in grado di apportare valide idee e teorie! Un suggerimento interessante credo comunque che possa trovarsi all’interno del XIX° canto dell’Inferno in cui l’Alighieri utilizza aspre parole nei confronti del re Filippo il Bello di Francia, reo di aver distrutto l’Ordine Templare nel suo regno, e di aver spostato la sede del papato ad Avignone assoggettando in tal modo la Chiesa alla monarchia francese.

La leggenda vuole che sul rogo, Jaques de Molay, ultimo gran maestro dell’ordine templare, scagliasse una sorta di maledizione sulla dinastia capetingia; Luigi XVI sarebbe stato ghigliottinato da un boia appartenente ai Templari!

Massimo Bonasorte, Chiara Dainelli e Io alla prima edizione del premio nazionale per la ricerca nel mistero 

Grazie Chiara per l’intervista

 

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Pubblicato il 28 marzo 2012 su Interviste. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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