Il più antico calcolatore dell’umanità

Scoperta casualmente più di un secolo fa, a circa 40 metri di profondità, nel relitto di un’antica nave affondata nel I secolo a. C., assieme a numerosi e preziosissimi altri reperti: è la macchina di Anticythera, il più antico calcolatore meccanico che conosciamo che ci rivela, ancora una volta, la meraviglia dei nostri antenati greci.

Il più antico calcolatore dell'umanità.

Un calendario di quelli utilizzati per non perdere il conto dei giorni? O forse un complesso meccanismo astronomico in grado di scandire i tempi dei cieli attraverso le fasi lunari e il ciclo solare e, magari, prevedere anche le eclissi future? Era entrambe le cose: e non solo. Perché, secondo le affermazioni degli studiosi che da anni sono concentrati su quei frammenti di bronzo, alla ricerca delle innumerevoli risposte e degli infiniti ed affascinanti quesiti che sono in grado di suscitare, la macchina di Anticythera marcava anche i quattro anni che separavano tra loro uno dei principali eventi sociali della Grecia antica, i giochi olimpici. Strumento ricco di sorprese e di meraviglie, capace ancora una volta di stupire per l’elevatissimo grado di conoscenza conquistato dai nostri antenati mediterranei, riscontrabile, certamente, attraverso le testimonianze scritte lasciateci in eredità che manifestano avanzatissime competenze scientifiche, ma ancor più stupefacente quando diviene tangibile.

Un tesoro del passato, celato dalle profondità marine – Venne ritrovata in maniera del tutto casuale nel 1900: era primavera, un gruppo di pescatori di spugne era stato costretto a fermarsi sull’isolotto di Cerigotto (o Anticitera, secondo l’antico nome) per trovare rifugio dal cattivo tempo che agitava i mari. Il giorno dopo, uno di essi si tuffò tra le onde per andare in esplorazione e, giunto ad una profondità di oltre 40 metri, individuò l’immenso relitto di una nave con il suo ricco carico sparso attorno: sculture, tra cui un Ermes a grandezza naturale, anfore, utensili di ogni tipo e raffinatissime opere d’arte, probabilmente destinate, e mai giunte, alla villa di qualche ricco signore romano che le attendeva tra l’80 e il 60 a. C. Un viaggio terminato tra le onde e ricominciato grazie ad un rinvenimento del tutto accidentale. Tra i reperti, una pietra che rivelò solo più tardi il proprio prezioso contenuto: si trattava, infatti, dei resti bronzei di un meccanismo attaccati da incrostazioni ed agenti corrosivi che ne avevano danneggiato le strutture. Pochi pezzi dai quali, tuttavia, attraverso un lavoro lungo decenni gli scienziati sono riusciti non solo a ricostruire l’intero oggetto ma persino a decifrare la quasi totalità delle iscrizioni in superficie, grazie alla tomografia computerizzata che ha rivelato quanto era rimasto delle incisioni.

 

Scoperta casualmente più di un secolo fa, a circa 40 metri di profondità, nel relitto di un antica nave affondata nel I secolo a. C., assieme a numerosi e preziosissimi altri reperti è la macchina di Anticythera, il più antico calcolatore meccanico che conosciamo che ci rivela, ancora una volta, la meraviglia dei nostri antenati greci.

La ricostruzione, 15 x 30 cm, custodita al Museo Nazionale Archeologico di Atene, assieme ai resti del meccanismo originale

Enigma per i più fantasiosi, gioiello per gli studiosi – Il sofisticato meccanismo di ruote dentate non seguiva solo i movimenti della nostra stella e del nostro satellite ma anche dei cinque pianeti visibili ad occhio nudo, nonché solstizi, equinozi, mensilità e giorni: una sorta di orologio dell’intero universo conosciuto all’epoca, con la connotazione caratterizzante di quei giochi olimpici che, allo scadere di ogni quattro anni, coinvolgevano tutta l’Ellade in un avvenimento dal potentissimo significato collettivo. L’uomo greco che si pone al centro di un mondo di cui conosce le leggi della fisica, dell’astronomia, della meccanica. Inevitabilmente, gli appassionati di archeologia misteriosa sono soliti collocare la macchina di Anticythera tra i cosiddetti OOPArt, manufatti ritenuti «cronologicamente impossibili» perché testimonianze di un avanzamento tecnologico troppo evidente: in verità, l’oggetto è perfettamente integrabile al contesto scientifico e culturale dell’epoca alessandrina a cui risale. Il principale elemento che rende effettivamente straordinario questo strumento è il fatto che non ne siano sopravvissuti di simili fino alla nostra epoca (e se il caso non avesse deciso di aiutarci, probabilmente, non conosceremmo neanche questo nella sua unicità), unito al fatto che altri congegni meccanici con funzioni da calendario vennero costruiti solo successivamente all’anno 1000: il che dovrebbe farci riflettere sulla possibilità, annidata tra le pieghe del destino, di poter improvvisamente essere travolti dall’ignoranza, dimenticando le preziose conoscenze acquisite, sprofondando nel baratro dell’oblio e della barbarie.

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Pubblicato il 17 marzo 2012 su Il Pianeta Sconosciuto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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