Lanciò l’allarme sul buco dell’ozono: muore il Nobel Sherwood Rowland

Il chimico statunitense aveva 84 anni, da anni era affetto dal morbo di Parkinson. Immenso il suo contributo agli studi sull’assottigliamento dello strato di ozono: grazie alla sua scoperta, premiata con il Nobel nel 1995, possiamo oggi pensare di attuare una strategia di contrasto contro i mutamenti climatici in atto.

Lanciò l'allarme sul buco dell'ozono: muore il Nobel Sherwood Rowland.

A molti, probabilmente, il nome di Frank Sherwood Rowland potrebbe non suggerire nulla; eppure se negli ultimi anni abbiamo imparato, nostro malgrado, a confrontarci con l’assottigliamento dello strato dell’ozono, se stiamo iniziando a comprendere i meccanismi del riscaldamento globale, se abbiamo finalmente imparato (forse) che un indiscriminato uso di determinate sostanze potrebbe avere degli effetti gravissimi sullo stato di salute del pianeta e, dunque, compromettere la stessa sopravvivenza di moltissime specie vegetali ed animali, il merito è principalmente di questo chimico statunitense che dedicò la propria intera vita alla ricerca. Grazie ai suoi studi le conoscenze mondiali sulla stratosfera sono state letteralmente rivoluzionate sebbene, come spesso accade in questi casi, le sue scoperte siano state inizialmente e per ben due decenni aspramente contestate da una parte della stessa comunità scientifica. Che, infine, dovette arrendersi ad ammettere che Sherwood Rowland ed i suoi collaboratori avevano avuto la vista più lunga degli altri.

Era il 1974 quando Sherwood Rowland ed un giovane ricercatore del suo gruppo, Mario Molina, pubblicarono i risultati dei propri studi sulla rivista Nature: un marcato assottigliamento interessava lo strato di ozono corrispondente alle aree polari e la responsabilità di questo fenomeno preoccupante era da ricondurre ai clorofluorocarburi, composti chimici utilizzati, all’epoca, in una enorme quantità di prodotti industriali ma anche in beni di consumo estremamente diffusi. Il lavoro dei due scienziati, entrambi della University of California di Irvine, venne accolto con freddezza quando non con aperto disprezzo da parte dei colossi dell’azienda chimica, ma anche dagli stessi studiosi che non ne riconobbero affatto il valore. Del resto, lo stesso “Sherry” (come veniva chiamato da chi gli era vicino) Rowland  era perfettamente consapevole della profonda importanza che una scoperta del genere poteva avere sull’intera società; e, negli anni ’70, i tempi non erano ancora sufficientemente maturi perché si cominciasse ad assumersi le responsabilità dei propri comportamenti ambientali scorretti. Poi il tempo passò ed arrivarono i riconoscimenti, in un mondo non troppo diverso ma che, finalmente, aveva imparato a guardare sulla propria testa con preoccupazione e serietà.

Il Nobel con il quale fu insignito nel 1995 fu il meritato (e tardivo riconoscimento) per quell’uomo che «salvò il mondo da un’immensa catastrofe, senza mai esitare nei confronti dei suoi doveri verso la scienza, la verità e l’umanità» come ha ricordato, in un comunicato diffuso in occasione della sua scomparsa, Kenneth C. Janda alla guida della UC Irvine’s School of Physical Sciences. Già a partire dalla fine degli anni ’80, infatti, i clorofluorocarburi iniziarono a scomparire gradualmente dalla produzione industriale: un processo che venne definitivamente suggellato dall’entrata in vigore, il 1° gennaio del 1989, del Protocollo di Montreal, il trattato internazionale ratificato da quasi tutti i paesi del mondo, che ha come obiettivo la riduzione dell’uso di sostanze che danneggiano l’ozono. La più grande conquista di Sherwood Rowland fu indubbiamente quella, il Premio per la chimica conferitogli dall’Accademia reale svedese delle Scienze fu il coronamento di quel lungo cammino, ricco di ostacoli, percorso dallo scienziato con il solo fine di lasciare un contributo al bene dell’umanità: a dividerlo con lui, Mario Molina e Paul Crutzen.

Se oggi c’è chi è impegnato a congiungere gli sforzi per creare un futuro migliore per l’ambiente, il merito è anche di Sherwood Rowland: «Non è forse responsabilità per uno scienziato, se ha scoperto qualcosa che può avere delle ripercussioni sull’ambiente, fare qualcosa?» diceva nel 1997 ad una tavola rotonda tenutasi alla Casa Bianca per discutere a proposito dei mutamenti climatici: «Se non lo facciamo noi, chi dovrebbe farlo? E se non immediatamente, quando allora?». I tempi per intervenire sul riscaldamento globale, per porre fine all’uso e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra e CO2 nell’atmosfera, sono estremamente stretti: quest’uomo, spentosi sabato all’età di 84 anni nella sua casa californiana in seguito alle complicazioni derivanti dal morbo di Parkinson da cui era affetto, lo sapeva fin troppo bene e lo aveva capito molto prima di tanti altri. E, senza dubbio, il suo insegnamento ha segnato e segnerà ancora a lungo l’andamento di una parte importante della scienza, quella che sta cercando di lavorare sul cambiamento climatico, pur contrapponendosi ad un gruppo di “negazionisti”.

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Pubblicato il 15 marzo 2012 su Il Pianeta Sconosciuto. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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